mercredi 22 mai 2013

LETTERATURA CRISTIANA NELL’EPOCA DELLE PERSECUZIONE

Il Scriba Valdemir Mota de Menezes leggere il testo qui sotto e raccomanda come una lettura illuminante sulla storia della Chiesa. Fonte: http://digilander.libero.it/longi48/Chiesa%20Antica.html LA LETTERATURA CRISTIANA NELL’EPOCA DELLE PERSECUZIONE L’apologia Con il termine apologia (dal greco apologia che significa difesa, giustificazione) si designa un tipo di letteratura sorta nel II° secolo e volta a difendere il cristianesimo dagli attacchi delle persecuzioni, delle dicerie contro i cristiani e la loro dottrina e contro il paganesimo. I maggiori apologisti del II° secolo furono Giustino e Tertulliano. Lo schema fisso su cui è strutturata l’apologia è triplice: - Denuncia dell’ingiustizia della persecuzione, su cui non ci si sofferma molto; - Critica dei costumi pagani e dell’idolatria; anche qui l’esposizione è breve; - Presentazione del messaggio cristiano a cui si dava molto spazio e che nella sua esposizione seguiva una triplice linea di sviluppo: a) presentazione del credo cristiano; b) esposizione del culto; c) condotta di vita dei cristiani. Le apologie, ovviamente, erano rivolte al mondo esterno che era di costumi pagani e mentre la cultura imperante era quella greco-romana. Si pose, quindi, il problema di come comunicare il messaggio cristiano e cioè che Gesù è il Cristo e il Signore. Termini questi che, per loro natura, erano equivoci per il mondo greco-romano. “Dominus” o Kuruoj erano titoli che venivano dati ai sovrani o all’imperatore; mentre Cristoj, traduzione letterale dell’aramaico Meshia, significa l’unto del Signore, espressione del tutto incomprensibile in questo tipo di cultura. Come fare, dunque? Gia apologisti hanno, pertanto, sfruttato la filosofia neoplatonica, che, molto diffusa nel II° secolo, formava lo spirito e la mentalità dell’epoca, facendo cultura e tendenza. Questa filosofia, a carattere religioso ed etico, spiegava l’universo secondo uno schema tripartito: D I O Essere supremo irraggiungibile e sconosciuto, avvolto nel silenzio e immobile L O G O S Intermediario tra Dio e il Cosmo C O S M O Al vertice di tutto ci sta DIO, essere supremo, irraggiungibile, avvolto nel silenzio e inconoscibile per l’uomo, immobile (Tertulliano lo chiamerà il Deus otiosus). Sotto ci sta il cosmo, regolato da leggi naturali, eterne, immutabili e necessarie; queste costituiscono il divino incarnato nel cosmo. Ma come è possibile che un qualcosa del sommo Dio sia in parte nel mondo? Come è possibile che un eterno, immenso, immutabile sia presente in una realtà mutevole, finita e corruttibile? Ci deve essere un qualcosa che fa da intermediario e che collega l’irraggiungibile e l’inconoscibile Dio eterno e immutabile con il mondo. Questo è il LOGOS. Scopo del filosofo non era quello di capire Dio che, in quanto tale, era inconoscibile e irraggiungibile, ma il Logos, raggiungibile con la sola ragione e, quindi, a portata di uomo. Conoscere il Logos significava avere la chiave di lettura della vita, conoscere le regole che normano il mondo e la natura; per apprenderle valeva il detto “vivere secondo natura”. E poiché nella natura erano inserite le leggi eterne, frammenti di Dio inseriti nel mondo, vivere secondo natura significava riconoscere queste leggi e conformare a queste la propria vita; significava, così facendo, onorare e rispettare la divinità presente nel cosmo. Ora ciò che garantiva l’ordine della vita e la solidità dei rapporti sociali, dando stabilità e sicurezza, era la Legge romana; in essa, dunque, è presente il Logos; per cui il buon cittadino è colui che conforma il proprio vivere alla legge romana, espressione concreta delle Leggi eterne e divine presenti nel mondo. Ed ecco, ora, gli apologisti, inserendosi in quest’ordine culturale e filosofico, affermano che loro conoscono il Logos e che questo è stato loro rivelato. Questo Logos ha un nome, si chiama Gesù. Così dicendo, gli apologisti volevano evidenziare che questo Logos-Gesù, proprio perché Logos, doveva interessare a tutti, perché tutti sono in relazione e dipendenti dal Logos. Diventare cristiani, quindi, non significa rinnegare la religione dei padri e la sapienza degli antichi, ma, anzi, è ritrovare la pienezza della rivelazione del Logos degli antichi. Affermano, inoltre, che tutto ciò che è buono nelle religioni pagane non solo non contraddice il Logos, ma è, anzi, una anticipazione del cristianesimo e di questo Logos la cui piena rivelazione è stata data ai cristiani. Così dicendo gli apologisti dimostrano che i cristiani, ben lungi dall’essere nemici del genere umano, sono anzi in stretta simpatia con il mondo e il resto delle religioni che contengono frammenti di Logos. Spiritualità del martirio Il termine martire, dal greco martur, testimone, è introdotto con significato nuovo e peculiare dal cristianesimo. Nessuna religione o filosofia aveva avuto presso i pagani dei martiri e, in senso stretto, neppure presso il Giudaismo che ebbe sì delle persone che sacrificarono la propria vita, ma solo per non tradire la religione dei loro padri (v. i tre giovani nella fornace, i Maccabei, ecc.). Il cristianesimo, invece, introduce il termine martire proprio nel senso di testimoni della risurrezione, del messaggio e della persona di Gesù Cristo, che proclamavano il Signore. Tuttavia, fin dall’inizio questa testimonianza è accompagnata da sofferenze e da minacce e, infine, dalla testimonianza estrema espressa con il sacrificio della vita, non solo per non tradire la loro fede, ma soprattutto per affermare l’unicità di Dio per tutti gli uomini, incarnatosi in Gesù detto il Cristo e il Signore. In tal senso, come afferma Origene, “chiunque rende testimonianza alla verità, sia in parole che opere, sia sostenendola in qualsiasi modo, può veramente essere chiamato martire” Per Igniazio di Antiochia, nella lettera ai Romani, il martirio è la partecipazione mistica alla morte e risurrezione di Cristo; e il giorno della morte è per i martiri il “dies natalis”; è un imitare la passione e morte di Cristo, è un associarsi a lui; è, per Origene, un secondo battesimo più grande del primo. Quindi, ciò che distingue i martiri cristiani dagli altri, come dice S.Agostino, “non è la pena, ma la causa” del martirio. Il martirio ha delle somiglianze con il Vangelo: come questo deve essere accolto liberamente, sì, ma integralmente e non è barattabile, così il martire diventa testimone di una fede e di una realtà che non scende a compromessi. Il martirio, inoltre, si propone come una visione nuova del mondo e alternativa di quella propria di quel tempo: a un mondo fatto di sopraffazione, di rapporti di forza e, in ultima analisi, di violenza, il martire propone una visione del mondo fatto di amore, di riconciliazione e di perdono; a questo mondo egli ci crede al punto tale da sacrificare la sua vita e ciò diventa testimonianza. Il martirio, inoltre, consolida la comunità cristiana che legge in questo la forza dello Spirito e la presenza di Dio nel martire; in ciò la comunità trae forza e coraggio. Il martirio, dunque, è concepito dalla comunità quale carisma dello Spirito. I cristiani, infatti, andavano a trovare in carcere i martiri quasi come ad un pellegrinaggio spirituale, coscienti che in essi c’era viva la presenza dello Spirito. Il martirio, infine, ha consolidato i valori fondamentali della vita, che formano la base di una nuova società e di una nuova epoca: essi propongono una nuova visione della vita e della storia. Nell’antichità questi valori erano incentrati negli eroi, idealizzazioni delle aspirazioni umane, pronti a morire per la Patria e per la Verità. Egli è colui che si autoafferma sugli altri e si avvicina agli dèi staccandosi, quasi con disprezzo, dagli uomini comuni. La sua morte è sempre un morire in dispregio agli altri che non lo capivano; il suo morire è un atto di superiorità rispetto agli altri. Al contrario, il martire non muore in disprezzo ad un mondo che lo rifiuta, mettendosi sopra agli altri, ma recepisce la sua morte come un dono dello Spirito all’umanità, una testimonianza di valori superiori per i quali vale la pena perdere la vita; il morire del martire, quindi, si trasforma in un atto di amore e di donazione di sé, in una testimonianza di una realtà superiore che interpella l’umanità e la invita ad accoglierla. Tra i martiri e gli eroi c’è un trapasso di ideali e una visione completamente diversa. Le testimonianze e lo spirito del martirio, tuttavia, sono documentati da alcuni scritti quali : Atti dei Martiri Sono verbali di processi compilati dalle autorità in cui vengono riportati gli interrogatori, le sentenze e le pene inflitte. Erano pubblici e potevano, quindi, essere acquisiti da tutti. Sono, pertanto, documenti storici di indubbio valore perché ci dicono come si è svolto concretamente il processo. Le passioni Sono rapporti di testimoni oculari o contemporanei del martirio, dovuti ad iniziativa spontanea di cristiani, con aggiunte iniziali e finali, a scopo di edificazione. Non sono perciò autentici e diretti come gli atti. Esortazioni al martirio Erano scritti che sorgevano all’approssimarsi delle persecuzioni per preparare i cristiani alla dura battaglia, invitarli a non tradire e ad affrontare con coraggio il martirio. Le Leggende dei Martiri Sono racconti sorti intorno al IV° secolo a scopo di edificazione, e guardano al periodo delle grandi persecuzioni come ad un epoca eroica ed epica. Non sono storici, ma sono scritti per edificare e spingere a sopportare le sofferenze e le difficoltà della testimonianza e della vita. I cristiani scoprono che c’è una stretta relazione tra martirio e Vangelo. Infatti ci si chiede come predicare il Vangelo e convincere ad accoglierlo, considerato che il Vangelo, da un lato, non possiede sanzioni per chi non lo accoglie, ma,dall’altro, per chi lo accoglie è un messaggio assoluto, nel senso che non può essere preso solo in parte: o tutto o niente. Come , allora, convincere ad accoglierlo integralmente? Ecco la risposta: con la testimonianza di vita, cioè con il martirio, che è un modo nuovo di proporre il Vangelo. Quanti furono i Martiri? E’ impossibile dare una cifra anche approssimativa. Dai vari scritti pagani e cristiani abbiamo solo delle indicazioni di grandi quantità. Alcuni parlano di 50.000, anche se oggi, con il Ruiz Bueno, si può parla di circa 200.000, ma forse anche meno, quasi certamente non di più. L’EVOLUZIONE DELLA CHIESA TRA IL 150 – 300 D.C. I due testi fondamentali che testimoniano l’evoluzione delle chiese in questo periodo sono la Apologia di Giustino (160) e la Tradizione Apostolica di Ippolito (220). Tra il 150 e il 300 la Chiesa conosce una notevole evoluzione nell’ambito della propria organizzazione e delle strutture delle proprie comunità. Intorno al 155 d.C. l’organizzazione ministeriale è semplice: vi è un responsabile della comunità coadiuvato da dei diaconi. La celebrazione eucaristica è ancora una agape ed è ancora legata ad un pasto fraterno, all’interno del quale si fa memoria di Gesù morto e risorto e si consuma il pane e il vino consacrato. Ora, invece, come ci è testimoniato da Giustino nella sua Apologia la struttura gerarchica e la sua vita è più complessa. A capo della comunità c’è un vescovo, attorniato da un collegio di presbiteri e assistito dai diaconi. Di fatto il vescovo è il capo e il garante della comunità attorno al quale ruota tutta la vita della chiesa locale. Esso è, secondo Ippolito, il rappresentante di Dio in mezzo alla comunità e rappresenta la comunità davanti a Dio. Inizialmente c’era un vescovo per ogni comunità, ma successivamente, con il proliferare delle comunità, il vescovo delegava la responsabilità a dei presbiteri, mentre lui assumeva la direzione e la responsabilità delle chiese presenti in una determinata regione. La necessità di omogeneizzare l’organizzazione delle comunità e di trovare delle comuni soluzioni ai vari problemi di fede, spingeva i vescovi a riunirsi tra loro: nascono così i primi sinodi. Ancora non si rileva la preminenza di un vescovo sugli altri, benché la chiesa di Roma fungesse già da tacito punto di riferimento, in quanto essa si richiamava agli apostoli Pietro e Paolo; godeva, in buona sostanza, di una sorta di primato d’onore, e questo porterà gradualmente il vescovo di Roma ad assumersi un ruolo di guida. Il Battesimo era il rito sacramentale di entrata nella chiesa del catecumeno. Esso era preceduto da un periodo di catecumenato, che doveva essere abbastanza lungo e che nella chiesa di Roma era di 3 anni. Il catecumeno partecipava alla vita di comunità, ma al momento dell’eucaristia veniva mandato fuori, perché non ancora pienamente inserito nella comunità e nel corpo di Cristo. Durante il catecumenato il candidato veniva istruito sul senso delle Scritture e sulle principali verità di fede, ma già doveva, però, abbandonare il suo vecchio stile di vita pagana per conformarsi alle norme di vita cristiana. Esso non aveva schemi fissi, ma variava da comunità a comunità. Il catecumeno, nella notte di Pasqua, veniva battezzato per immersione o per aspersione in particolari situazioni che impedivano l’immersione. L’immersione aveva il significato di immergersi in Cristo per poi uscirne creatura nuova e il “tre volte” stava ad indicare che la sua vita era ora immersa in quella trinitaria e ne faceva parte. Il battesimo rimetteva i peccati e apriva ad una vita nuova in Cristo e consacrava a Dio il battezzato e donava lo Spirito Santo. Esso veniva dato inizialmente solo agli adulti e soltanto in tempi successivi allargato ai bambini e comportava una confessione di fede, consistente in un semplice “credo”. L’atto battesimale era seguito da una imposizione delle mani e da un’unzione a significare il dono dello Spirito. Tale prassi verrà poi disgiunta successivamente e costituirà un sacramento a se stante: la confermazione o cresima, in cui il bambino battezzato, divenuto adulto, confermava la fede ricevuta e si decideva coscientemente per il Cristo. L’Eucaristia veniva celebrata ogni domenica di notte o al sorgere del sole, richiamandosi chiaramente alla risurrezione di Cristo che nell’eucaristia veniva celebrato. Una tale testimonianza ci è stata tramandata nella lettera di Plinio il Giovane (112 d.C.) inviata all’imperatore e amico Traiano. L’eucaristia fino al 150 d.C. era una semplice agape, cioè un banchetto, richiamato anche da Paolo nella prima lettera ai Corinzi, in cui ognuno portava del cibo mettendolo in comune; durante o alla fine del banchetto il presidente prendeva del pane e del vino e ripeteva le parole dell’ultima cena; alla fine il pane consacrato veniva distribuito perché venisse portato agli ammalati. Successivamente l’eucaristia subì una evoluzione e si componeva essenzialmente di due parti: la prima comprendeva delle preghiere comunitarie, delle letture e loro spiegazione; la seconda comprendeva la vera e propria celebrazione eucaristica, la cui preghiera eucaristica, fino al 150 d.C. circa, il celebrante ancora improvvisava secondo le sue capacità; ma intorno al 200 Ippolito ne redigeva un testo fisso che proporrà come modello. L’etica cristiana si esprimeva in termini molto severi e incoraggiava i cristiani al digiuno e all’ascesi, anche se i fedeli in genere non li rispettavano perché non sempre all’altezza dell’ideale professato. Essi erano invitati a rinunciare ad ogni compromesso con il paganesimo e a praticare l’amore per il prossimo e la vita comunitaria. Tra il 150 e 300 sorgono le prime chiese a pianta basilicale; i cristiani hanno i loro cimiteri (catacombe); già si diffonde una prima pietà cristiana tra i fedeli. Dal 150 d.C. inizia i culto dei santi sotto forma di venerazione dei martiri sulle cui tombe ci si recava a pregare o anche a celebrare dei culti; si sviluppò la devozione delle reliquie e una teologia dei santi e martiri. Tutto ciò per significare che già in quest’epoca il cristianesimo era notevolmente diffuso e ben radicato all’interno della società in cui stava definendo la propria struttura comunitaria e liturgica, nonché la propria identità.

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