mercredi 22 mai 2013

VITA INTERNA DELLA CHIESA NEL IV° SECOLO

Il Scriba Valdemir Mota de Menezes leggere il testo qui sotto e raccomanda come una lettura illuminante sulla storia della Chiesa. Fonte: http://digilander.libero.it/longi48/Chiesa%20Antica.html LA VITA INTERNA DELLA CHIESA NEL IV° SECOLO La vita interna della Chiesa del IV° secolo è caratterizzata da quattro aspetti: - Il riconoscimento della Chiesa da parte dello Stato e della società; - Il grande conflitto trinitario e dottrinale, in particolare, la questione ariana, durata un sessantennio; - Sviluppo del catecumenato; - Fioritura del monachesimo; Riconoscimento della Chiesa da parte dello Stato Per questo argomento vedi pagg. 32 e 33. La questione trinitaria I problemi dottrinali sviluppatesi nel corso del IV° preoccuparono non poco la Chiesa, che era particolarmente attenta alla correttezza dei contenuti della propria fede sia per fedeltà alla tradizione apostolica e, quindi, a Cristo; sia perché su tali contenuti si basava la vita stessa della Chiesa e di ogni fedele; e, infine, sia perché su questa correttezza si fondava la propria unità e cattolicità, cioè, in definitiva, la propria identità. Le questioni dottrinali, ben lungi dall’essere argomento esclusivo riservato ad una stretta cerchia elitaria di teologi, formavano argomento di discussione e di interesse a livello popolare. Il fatto in sé non è trascurabile in quanto che, grazie a questo interesse diffuso, venivano a crearsi all’interno della Chiesa stessa delle vaste e diffuse aree di interesse per queste questioni che porteranno la Chiesa a serie spaccature al proprio interno, come avvenne per la questione ariana, che la tormentò per un sessantennio, dal 320 al 380 d.C. Le questioni dottrinali relative alla Trinità non sorsero con Ario, ma egli fu quello che incendiò le polveri di un problema che serpeggiava da oltre un secolo all’interno della Chiesa e che tacitamente già aveva creato opposti schieramenti. Ma come sorsero i problemi trinitari e cristologici? Nelle Scritture vengono spesso richiamati i nomi di Dio, Padre, Figlio, Spirito Santo; come mettere in relazione tra loro questi nomi? C’è un Dio solo o sono tre dèi? Tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo quale rapporto intercorre? Oppure modi diversi di chiamare la stessa realtà? Sono vere e proprie persone oppure tre modi diversi attraverso i quali Dio si esprime? La questione non era semplice. Varie furono le soluzioni, quasi tutte eretiche, cioè dottrinalmente deviate, tutte, comunque, preoccupate di salvaguardare l’unicità di Dio. Monarchianesimo (Monoj arcV, un unico principio) Fu un movimento eretico che affermava l’unicità di Dio ed era rigorosamente monoteista. Come, dunque, giustificare la posizione di Gesù che veniva adorato come Dio accanto al Padre? Si crearono, pertanto all’interno del Monarchianesimo due correnti: l’adozionismo e il modalismo. Adozionismo Gli adozionisti affermavano che Gesù era un semplice uomo, ma che nel battesimo presso il fiume Giordano venne adottato da Dio; quindi soltanto il Padre è Dio, mentre Cristo è soltanto un Dio adottato e, quindi, non propriamente vero Dio, ma solo un secondo Dio. Modalismo I modalisti , invece, affermavano che Padre, Figlio e Spirito Santo erano solo modi di manifestarsi dell’unico Dio, svuotando, quindi, le tre persone del loro contenuto essenziale di persone e riducendoli a semplici modi espressivi di Dio. Subordinazionismo Il Subordinazionismo nacque all’interno della scuola alessandrina che ebbe in Origene uno dei suoi fondatori e il maggior interprete della cristologia del Logos. Anche questa scuola, tuttavia, ebbe delle difficoltà nel coordinare i rapporti interni delle tre persone trinitarie. I subordinazionisti, pur affermando la natura divina di Gesù, subordinavano il Verbo al Padre e lo Spirito Santo al Figlio; in tal modo per tutti e tre veniva salvaguardata la natura divina, ma in modo subordinato e dipendente dal loro assoggettamento o subordinazione; quindi, non una natura divina intrinsecamente posseduta, ma condizionata dalla loro dipendenza. Di rigoroso indirizzo subordinazionista fu anche la scuola antiochena, fondata dal presbitero Luciano verso la fine del III° secolo, che morirà martire sotto Diocleziano. A questa scuola si formò Ario e la maggior parte dei capi ariani. La questione ariana Ario (260-336) era presbitero dal 313 presso la chiesa di Baukalis ad Alessandria, in cui era vescovo Alessandro con il suo diacono Atanasio. Venne in conflitto nel 318 con il suo vescovo per aver propagato con prediche e scritti una cristologia rigorosamente subordinazionista. Ario aveva a cuore l’unità di Dio per cui un Gesù Cristo, Figlio di Dio e, quindi, lui stesso Dio, attentava al monoteismo. Ario, pertanto, affermava che : - Il Logos, cioè Gesù Cristo, non è Dio ed ha una natura completamente diversa da Lui. Egli, tuttavia, è pur sempre il primo tra tutte le creature, di gran lunga superiore agli uomini e perciò lo si poteva definire un semi-Dio, ma non gli si poteva attribuire una natura divina vera e propria. - Egli non era eterno, ma fu creato nel tempo; anzi ci fu un tempo in cui il Logos non c’era; Ario fondò e sostenne queste sue affermazioni con alcuni passi della Bibbia e precisamente: - Mc. 13,32 : “Quanto a quel giorno e a quell’ora nessuno li conosce… neppure il Figlio”; - Gv. 14,28 : “… vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me” - Rm. 1,4 : “Costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito… mediante la risurrezione” - Prov. 8,22 “Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d’allora”. In questo passo si parla della Sapienza, ma da sempre gli antichi interpretarono la Sapienza come Logos. Così, Ario, in buona fede, interpretò il Logos, Gesù Cristo. Ma che cosa ha portato Ario a queste conclusioni? Ario ha in testa lo schema tripartito del mondo : Dio – Logos o secondo Dio – cosmo. Quindi il Figlio-Logos è il Dio secondo in quanto mediatore. In quanto mediatore, Dio e uomo si incontrano in lui, ma rimangono estranei. Ario si accorge di questo e ricorre ad un ragionamento di tipo platonico: il Figlio è in assoluto il migliore di tutti noi, per cui se noi lo imitiamo saliamo a Dio come lui. Alessandro, suo vescovo, gli controbatte: se tu affermi che il Figlio non è Dio, come possiamo diventare figli di Dio nel battesimo, se il Figlio in cui siamo immersi nel battesimo non è Dio? Allora il tutto diventa inutile. Ovviamente, Ario negando la divinità di Cristo e la sua consustanzialità, si poneva automaticamente fuori dalla retta dottrina della Chiesa. Fu indetto un sinodo intorno al 319 o 323 dove Ario fu dichiarato eretico e posto fuori dalla Chiesa. Ario si rifugiò presso il vescovo Eusebio di Nicomedia. Ario non si sottomise e continuò a propagare le sue idee, specialmente attraverso il poemetto Thalia. Nacquero disordini e le divisioni all’interno della Chiesa si accentuarono, così che intervenne l’imperatore Costantino, richiamando all’ordine le parti, ma senza ottenere alcun risultato. Pertanto, Costantino nel 325 convocò a Nicea il primo concilio ecumenico della storia. Il Concilio di Nicea: 20 maggio – 25 luglio 325 Voluto da Costantino, con il consenso di papa Silvestro I° per dirimere la questione trinitaria e cristologica insieme, ebbe inizio il 20 maggio del 325 e terminò il 25 luglio dello stesso anno, durò, quindi, circa due mesi. Vi parteciparono, sembra, 220 vescovi, ma forse furono 318, con riferimento ai 318 servi di Abramo, mentre Eusebio di Cesarea nella sua “Storia ecclesiastica” parla di 250 vescovi; per lo più provenivano dalla parte orientale dell’impero, mentre l’occidente era rappresentato da 5 vescovi e da due legati di papa Silvestro I°, sette persone in tutto. Dopo lunghi e agitati dibattiti vinse la corrente che rappresentava l’ortodossia, cioè la corrente alessandrina. Il Concilio si concluse con la professione di fede sottoscritta da 220 vescovi in cui si affermava: “Noi crediamo …. In Gesù Cristo, figlio di Dio, generato, unigenito, dal Padre, cioè dalla sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre (omo-ousioj) …. Ma quelli che dicono: Vi fu un tempo in cui egli non esisteva; e: prima che nascesse non era; e che non nacque da ciò che esisteva …. O che il Figlio di Dio possa cambiare o mutare, questi la chiesa cattolica e apostolica condanna.” Il Concilio regolamentò anche in 20 canoni alcuni aspetti della vita interna della Chiesa e della sua struttura. Anche se questi non hanno valore teologico e, quindi, possono essere considerati del tutto marginali rispetto al grande tema del Concilio di Nicea, tuttavia sono, da un punto di vista storico, di grande interesse per la vita della Chiesa del IV° secolo. La confessione di fede, sottoscritta da 220 padri conciliari, venne recepita da Costantino e promulgata come legge imperiale. Si chiudeva così in due mesi circa, dal 20 maggio 325 al 25 luglio dello stesso anno, il Concilio di Nicea. Ma nonostante la concorde condanna conciliare di Ario, le diatribe ripartirono più vive che mai. Per capire come mai il concilio non riuscì a tacitare tutte le polemiche e a por fine alla questione ariana, bisogna capire la mappa dei vescovi all’interno del concilio. C’erano quattro gruppi: - I Monarchiani: sostenitori di un rigoroso monoteismo e unità di Dio, per cui non accettavano un Gesù Cristo pari e uguale a Dio e Dio lui stesso. - Subordinazionisti: che sostenevano che si il Figlio era subordinato al Padre, ma non al punto di essere uguale al Padre e di possederne la natura; - Alessandrini: sostenitori della retta dottrina - Ariani: in accordo con Ario Pomo della discordia era il termine omo-ousioj (consustanziale) per niente digerito dai vescovi orientali che, invece, preferivano il termine omoioj (simile). Si usò, quindi, la formula “simile in tutto” al Padre. Si vennero a profilare così quattro posizioni interne alla Chiesa: - I Niceni : favorevoli all’ omo-ousioj (consustanziale); - Gli Omeusiani : affermavano che il Figlio è omoioj (simile) a Dio, ma ne è distinto; - Gli Omei : affermavano che il Figlio è simile al Padre; - Anomei : affermavano, invece, che il Figlio è dissimile al Padre. A favorire gli strascici polemici ci si mise anche Costantino, che cambiò quasi subito opinione. Nel 328 richiamò dall’esilio il vescovo Eusebio di Nicomedia e con lui ritornò anche Ario che, dopo aver aderito pro forma al simbolo niceno, venne restituito, su ordine imperiale, al suo ministero. A ciò si oppose il vescovo Atanasio, che venne esiliato una prima volta nel 335 a Treviri; seguirono, poi, altri quattro esili sotto vari imperatori; l’ultimo, il quinto, sotto l’imperatore Valente nel 365; ciò provocò una sommossa popolare e, in tal modo, Anastasio poté rientrare definitivamente nella sua città. Il dibattito, quindi, accompagnato da vere e proprie persecuzioni, testimoniate anche dalla lettera dei vescovi radunati nel concilio di Costantinopoli (381) a papa Damaso e ai vescovi occidentali, riprese, sostenuto e difeso da imperatori filoariani, proseguendo fino al 380, quando Teodosio il Grande (379-395), con un editto “Cunctos populos” emanato nel febbraio del 380, dichiarò il Cristianesimo religione di stato e bollò di eresia tutti coloro che si ponevano contro la dottrina cristiana cattolica. In questo sessantennio ariano di lotte teologiche, si profilò una nuova definizione di Trinità, elaborata dai tre grandi Cappadoci: Basilio di Cesarea (330-379), Gregorio nazianzeno (330-390) e Gregorio di Nissa (334-392). Essi affermarono che all’interno della Trinità vi è una sola natura in tre Persone, quindi, un Dio in tre Persone. Essi misero in chiara luce anche la divinità dello Spirito Santo, che, invece, era considerato dagli ariani solo uno spirito incaricato di un ministero, diverso dagli angeli solo per grado. Concilio di Costantinopoli: 1 maggio – luglio 381 Chiarita la relazione tra il Padre e il Figlio, riconosciuta la stessa natura sia al Padre che al Figlio e affermato che il Figlio è Dio alla pari del Padre, rimaneva ora da definire la posizione dello Spirito Santo rispetto al Padre e al Figlio. Questo aspetto, infatti, era rimasto nell’ombra perché tutta l’attenzione era stata concentrata sul Logos. Gli ariani affermavano che lo Spirito era una creatura del Figlio, come egli lo era del Padre. Anzi, per la verità, sostenevano, lo Spirito Santo era uno degli spiriti incaricati di un ministero, diverso dagli angeli solo per grado. A fronte di tale posizione, S.Atanasio scrisse ben quattro lettere ad un vescovo ariano in difesa della divinità e consustanzialità dello Spirito Santo rispetto alle prime due persone. In tal senso vi furono dei sinodi, nel 362 ad Alessandria, in cui S.Atanasio proclamò lo Spirito Santo “della stessa sostanza e divinità del Padre e del Figlio”; e successivamente altri ancora ad Alessandria e a Roma. A sostegno della tesi di Atanasio vi furono i tre Cappadoci, Basilio di Cesarea, Gregorio nisseno e Gregorio nazianzeno, che confutarono acutamente l’eresia. La questione, ormai annosa e insolubile, sfociò in un secondo concilio ecumenico, quello di Costantinopoli nell’anno 381, che durò circa tre mesi, dal 1 maggio al luglio del 381. Esso fu convocato dall’imperatore Teodosio I° e vi parteciparono 150 vescovi delle sole chiese di oriente. Successivamente, nel 382, i Padri conciliari scrissero una lettera a papa Damaso I° e ai vescovi della chiesa di occidente in cui esposero sinteticamente la formulazione raggiunta sullo Spirito Santo : “Questa fede … ci insegna a credere nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, cioè in una sola divinità, potenza, sostanza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, in una uguale dignità, e in un potere coeterno, in tre perfettissime ipostasi, cioè in tre perfette persone, …” Il Simbolo costantinopolitano recepì quello niceno e aggiunse per quanto riguarda lo Spirito Santo: “Crediamo anche nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, che procede dal Padre; che con il Padre e il Figlio deve essere adorato e glorificato, ed ha parlato per mezzo dei Profeti”. Come si può rilevare, le chiese di oriente concepivano lo Spirito Santo come procedente “dal Padre attraverso il Figlio”, mentre per l’Occidente lo Spirito santo procedeva “dal Padre e dal Figlio”. Quando in Occidente si diffuse la formula con il “Filioque” lo si ritenne semplicemente una interpretazione; ma l’Oriente considerò, invece, questa introduzione come una adulterazione del Simbolo apostolico e incolpò l’Occidente di eresia. Il Filioque diverrà così la causa prima dello scisma del 1054 tra le Chiese d’Oriente e quella di Occidente, conclusosi con reciproche scomuniche.

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