mercredi 22 mai 2013

SANT’AGOSTINO

Il Scriba Valdemir Mota de Menezes leggere il testo qui sotto e raccomanda come una lettura illuminante sulla storia della Chiesa. Fonte: http://digilander.libero.it/longi48/Chiesa%20Antica.html SANT’AGOSTINO Agostino è il padre della Chiesa Occidentale il cui pensiero è risuonato nel corso dei secoli fino ai nostri giorni in tutta la Chiesa. Agostano nasce a Tagaste nel 354 e muore vescovo di Ippona nel 430. Suo padre, Patrizio, era un funzionario dell’amministrazione imperiale, fu battezzato poco prima di morire; la madre, Monica, fu, invece, una fervente cristiana e contribuì con le sue preghiere e lacrime alla conversione di Agostino. La vita di Agostino si svolge tra gli ultimi splendori dell’impero romano, sotto Teodosio I, e i primi segni di un inequivocabile tramonto: nel 430, anno della sua morte, Agostino vede la sua Ippona assediata dai Vandali. Tre sono le tappe fondamentali attraverso cui passa la vita di Agostino: - Dalla nascita al battesimo: dal fascino della retorica si converte alla ricerca della sapienza. Viene a contatto con il neoplatonismo e incomincia a intuire l’immaterialità dell’essere e di Dio. Il contatto con le Scritture e la predicazione di Ambrogio lo portano alla conversione definitiva. - Dal battesimo all’episcopato: abbandona la cattedra di retorica che ha a Milano e la quasi certa carriera nell’amministrazione pubblica e si ritira a Tagaste dove conduce una vita da monaco con un gruppo di amici. Alla morte del vescovo di Ippona, Valerio, Agostino che già coadiuvava il suo vescovo, come diacono prima e presbitero poi, viene eletto vescovo di Ippona. - Episcopato: eletto vescovo nel 395 vi rimane per 35 anni fino al 430, anno della sua morte. Durante il suo ministero episcopale non abbandona mai l’orizzonte monastico che coltiverà per tutta la vita. Si dedicò totalmente al suo ministero episcopale affrontando non solo i problemi della vita pastorale della sua diocesi, ma anche i grandi problemi della chiesa africana e in particolare il Manicheismo, Donatismo e Pelagianesimo. Manicheismo Mani è un filosofo persiano vissuto nel III sec., il suo pensiero si radica nello gnosticismo e rispetto a questo non ha nulla di nuovo se non una grande abilità nel sostenerlo e diffonderlo. Secondo mani, tutta la realtà si spiega in forza di due principi: le tenebre e la luce. Le tenebre si esprimono qui sulla terra attraverso la materia, che è, quindi, un principio negativo; mentre la luce si esprime attraverso lo spirito, che è l’area del bene. Il mondo è il luogo storico dove avviene il conflitto tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, anzi, questo conflitto è proprio dell’uomo per il suo essere composto di spirito e materia. Il principio del bene, al fine di contrastare quello del male e sottrarre l’uomo dal dominio della materia, mette in atto una serie di iniziative salvifiche inviando all’umanità dei grandi profeti per indicare loro la strada della salvezza: Budda, Zoroastro, Gesù Cristo e, da ultimo, lui, Mani. A questo movimento, fondamentalmente gnostico, il Mani dette una struttura paraecclesiastica e un fondamento autogiustificativo del suo pensiero. Agostino affronta il manicheismo attraverso tre passaggi: - Filosofico: sostiene che non esiste un principio del male, poiché esso altro non è che una carenza di bene. - Teologico: le Scritture attestano che la creazione proviene da Dio, quindi, anche la creazione è buona. - Fede – Ragione: non vi è contraddizione tra fede e ragione. Infatti, l’uomo quando nasce si inserisce in un traditum e si fida di quello che gli viene trasmesso. Solo in un secondo momento la ragione procederà alla verifica di quanto ha creduto e lo recepirà come proprio continuando a credere per meglio capire. Da qui l’assioma: Intellego ut credam, credo ut intellegam. Donatismo Il donatismo, nato nel 313, è un problema tutto ecclesiologico e ha coinvolto tutto l’episcopato africano, circa 200 su 400 vescovi. I fatti: nel 313 muore il vescovo di Cartagine e lo sostituisce il vescovo Ceciliano. I vescovi della Numidia si opposero all’elezione di Ceciliano perché consacrato da un vescovo, Felice di Aptungi, che era sospettato di essere un Traditor, cioè di aver consegnato i libri sacri perché fossero bruciati, durante la persecuzione di Diocleziano. Pertanto il vescovo era ritenuto indegno e, quindi, la consacrazione invalida. Da parte dei vescovi della Numidia venne eletto, invece, un altro vescovo, tale Maggiorino, che, sfortunatamente morì due mesi dopo. Lo sostituì il vescovo Donato, elemento di grandi capacità che organizzò la chiesa donatista in opposizione a quella cattolica. Secondo Donato, ciò che definisce la chiesa è la sua santità, nel senso di “chiesa erede dei martiri”, quella chiesa, cioè, che non ha mai ceduto nelle persecuzioni e che inflessibilmente ha sempre espulso i lapsi. Soltanto questa chiesa è abilitata a somministrare validamente i sacramenti e a comunicare la salvezza. Pertanto, ogni battesimo somministrato al di fuori di questa chiesa è invalido. Ciò che sottende tale concezione di chiesa è l’idea che Gesù Cristo ha dato la piena potestas e, quindi, l’auctoritas a gestire una sorta di monopolio della salvezza. Di fronte al donatismo Agostino prende due posizione: - Ricerca i rapporti personali con i vescovi donatisti, cosciente che la questione non era solo dottrinale, ma era anche necessario superare una certa diffidenza attraverso il dialogo. - Dibattito teologico. La chiesa è una realtà complessa che si esplicita in due grandi dimensioni: celeste e terrena. Quanto alla chiesa celeste, essa è pienamente santa perché pienamente e definitivamente in Dio; quanto a quella terrena, essa è santa da parte di Dio, ma da parte degli uomini è una chiesa in continuo cammino di conversione e che vive grazie alla pazienza di Dio e il suo vivere non è sempre ineccepibile. Tale chiesa non ha la potestas, ma solo il ministero. Il suo compito è quella di essere segno della presenza di Dio che attraverso di essa e del suo ministero dona la salvezza agli uomini. Agostino, infine, precisa anche come il cristiano può appartenere alla chiesa. Il suo appartenere si esplicita in due modi: secondo la communio sanctorum e la communio sacramentorum. Questi due modi dovrebbero essere sempre tra loro connessi. Infatti, a motivo della nostra fragilità, può accadere che si partecipi alla communio sacramentorum senza che questa porti con sé la communio sanctorum. In altri termini, si può essere dentro la chiesa visibile, ma non partecipare della vita profonda di questa. Questo schema Agostino lo applica anche alla questione donatista e afferma che il ministro può essere nella chiesa in communio sacramentorum, ma non in communio sanctorum. Ma poiché è sempre Cristo che opera, indipendentemente dalla dignità del ministro, il sacramento rimane valido. Pelagianesimo Pelagio, monaco della Britannia, viene a Roma intorno al 400 e vi trova un cristianesimo vissuto nella mediocrità ed elaborò il desiderio di riformarlo secondo un grande ideale ascetico. Pelagio parte dall’idea che l’uomo, creato libero, è in grado con le sue sole forze di realizzare la volontà di Dio. Così egli pensò l’uomo sotto tre dimensioni: - Posse, come capacità di realizzare; - Velle, come capacità di volere e decidere; - Esse, come capacità di tradurre in azione. Il posse,in quanto capacità di realizzare, ci proviene direttamente da Dio, mentre il velle e l’esse, cioè la capacità di decidere e di attuare, dipendono esclusivamente dall’uomo. In questa prospettiva il peccato di Adamo e la grazia di Cristo sono soltanto due figure valide solo sul piano dell’esemplarità: l’uno ci ha dato il cattivo esempio, mentre l’altro ci porta a conoscenza della volontà di Dio che noi con il nostro velle ed esse possiamo realizzare. Viene, in tal modo svuotato tutto il contenuto salvifico delle due figure. Di conseguenza preghiera e sacramenti sono solo atti di devozione a Dio. Ciò che conta è solo l’impegno della volontà a realizzare le esigenze di Dio. Ciò che sta sotto a questa teologia pelagiana è probabilmente una mentalità stoica: ogni natura ha in sé il suo fine ed è attrezzata per poterlo raggiungere. In ciò si ravvisa la provvidenza di Dio. Agostino comprende che la questione, posta in questi termini, svuota di significato ciò che è vitale per il cristianesimo. Il problema riguarda il modo con cui siamo salvati. Agostino afferma che se Cristo ci ha salvati con la sua morte e risurrezione, ciò sta a significare la nostra incapacità a salvarci con la sola nostra buona volontà. Se così fosse, infatti, potremmo dire con S.Paolo “che se la giustificazione viene dalla legge, Cristo è morto invano” (Gal. 2,21). Pertanto, la Grazia non è soltanto la capacità che l’uomo ha per natura, ma è, invece, l’Amore di Dio che si è offerto all’uomo in Cristo e che continuamente si offre a noi. Pertanto, conclude Agostino, senza grazia noi non potremmo salvarci, anche se rimane vero che l’uomo se non si rende disponibile a tale grazia non si salva. E’, quindi, necessario un atto di libera volontà e di libera accoglienza da parte dell’uomo perché la grazia operi efficacemente. Agostino, pertanto, arriva ad affermare che quel “Dio che ci ha creati senza di noi, non ci salva senza di noi”; pertanto, “grazia di Dio e libertà dell’uomo si sostengono a vicenda”. Quindi Grazia di Dio e Libertà dell’uomo sono produttrici di salvezza quando l’uomo, incontrandosi con Dio, si apre liberamente a Lui. In questo quadro, dunque, Agostino si muove nell’ambito dell’Alleanza, Pelagio in quello della natura. La vicenda del pelagianesimo si conclude con un sinodo tenuto da papa Zosimo nel 418 a Roma in cui si ribadiscono contro il pelagianesimo tre punti fondamentali: - La morte non è un fatto naturale per l’uomo, ma è conseguenza del peccato; si tratta della morte così come l’uomo la sperimenta; - Il battesimo è necessario per la salvezza; mentre Pelagio affermava che i sacramenti sono semplici atti di pietà verso Dio; - La Grazia di Dio è assolutamente necessaria per essere salvati.

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